Langer

Welcome!

This community is for professionals and enthusiasts of our products and services.
Share and discuss the best content and new marketing ideas, build your professional profile and become a better marketer together.

0

ALEXANDER LANGER TESTIMONE E PROFETA DEL NOSTRO TEMPO

Per Carlo BERTORELLE  - Direttore de ‘IL CRISTALLO’ – BOLZANO – 2015

A venti anni dalla sua morte volontaria (3 luglio 1995)

di Marco Boato

1.     “Nemo propheta in patria sua”. A venti anni dalla sua morte volontaria (Firenze, Pian de’ Giullari, 3 luglio 1995) la figura di Alexander Langer (“Alex” per gli amici, non sempre per i familiari) è più attuale che mai. Per certi aspetti, la sua figura è più conosciuta e “riconosciuta” oggi che non quando era in vita, una vita durante la quale ha dovuto subire anche molte amarezze e misconoscimenti, anche da persone e ambienti a lui vicini. Per questo parlo di lui come “testimone” (oltre che “protagonista”), ma anche come “profeta” del nostro tempo, sotto un duplice profilo. Un “profeta” a volte contestato e disconosciuto o ignorato, finché è stato in vita: “nemo propheta acceptus est in patria sua”, si potrebbe dire, riecheggiando la lezione evangelica. Un “profeta” che, inoltre, su molte questioni ha visto più lontano dei suoi contemporanei, ha anticipato i tempi in modo lungimirante, ma non ha potuto vedere in vita la “terra promessa”. Per fare un esempio recente, quando il 23 marzo 2015 è stata inaugurata la scuola elementare bilingue intitolata ad Alexander Langer nel quartiere Firmian di Bolzano, il quotidiano Alto Adige ha riferito: “Commozione per la presenza della vedova Langer, Valeria Malcontenti, che ha speso parole di ammirazione per la bellezza dell’edificio: ‘Se l’avesse vista Alex…’. Ma ha anche aggiunto: ‘Se fosse ancora qui, questa scuola non ci sarebbe!’ “ E basterebbe ricordare come tematiche per lui essenziali – come la conversione ecologica e la convivenza – fossero ignorate o disconosciute durante la sua vita, mentre negli anni più recenti sono diventate ricorrenti, la prima nel dibattito ecologico e la seconda nelle riflessioni pubbliche sulle relazioni inter-etniche nel suo Alto Adige/Südtirol, e non solo.

2.     Le radici sudtirolesi e la Chiesa. Alexander Langer era nato il 22 febbraio 1946 a Sterzing/Vipiteno ed è morto volontariamente il 3 luglio 1995, impiccandosi ad un albero di albicocco. Ha vissuto meno di 50 anni (49 per l’esattezza), una vita breve, durante la quale ha tuttavia attraversato in modo straordinariamente originale quasi l’intera seconda metà del Novecento, il “secolo breve” secondo lo storico britannico Eric J. Hobsbawm. Le sue radici personali e familiari erano nel cuore dell’area alpina, di cui ha affrontato tutte le principali problematiche (Alexander Langer, Aufsätze zu Südtirol 1978 1995 Scritti sul Sudtirolo, Alpha&Beta, 1996, a cura di Siegfried Baur e Riccardo Dello Sbarba), ma la sua figura e la sua storia politico-culturale hanno superato e attraversato tutti i confini: geografici, etnico-linguistici, culturali, religiosi, politici. Di madrelingua tedesca, le sue radici familiari (padre medico, ebreo di origine viennese, rifugiatosi a Firenze durante la persecuzione razziale, e madre cattolica, farmacista) e le sue radici sudtirolesi (luogo di diversità linguistica e, all’epoca, di forte contrapposizione etnica) non saranno mai rinnegate nel corso della sua esistenza, fino alla scelta finale, negli ultimi mesi della sua vita, di candidarsi, con una lista civica “Cittadini/Bürger”, a sindaco di Bolzano: scelta resa impossibile da una interpretazione illegittimamente restrittiva della legge (mentre sarebbe bastata una sua semplice dichiarazione “ad hoc”, come aveva già fatto per le elezioni regionali del 1983 e del 1988) rispetto al suo essersi dichiarato “obiettore etnico” ancora nel censimento/”schedatura etnica” del 1991, dopo averlo già fatto nel 1981. Langer è sepolto nel piccolo cimitero di Telfes/Telves, nella tomba stessa dei suoi genitori, dopo essere stato salutato in tre funerali religiosi: nella Badia Fiesolana (padre Angelo Chiaroni, concelebrante con molti altri sacerdoti) a Firenze, nella chiesa dei Francescani a Bolzano (celebrante il vescovo Wilhelm Egger) e nella chiesetta di Telfes (parroco don Gottfried Gruber). Quanto erano lontani i tempi, pre-conciliari, quando un suicida non aveva diritto al funerale religioso e le sue spoglie venivano tumulate al di fuori del recinto sacro del cimitero! L’allora vescovo (oggi cardinale centenario) Loris Capovilla ha scritto, alla notizia della sua morte: “Per chi lo ha amato, questa è l’ora del silenzio. Per chi dissentiva dalle sue scelte, è l’ora del discernimento. Per chi crede possibile muoversi verso una convivenza più umana, è l’ora della gratitudine. Alex ha studiato, operato, servito proprio per questo. Mi inchino dinanzi a lui. Chiedo a Dio di accoglierlo nella sua Casa e di collocarlo, a nostro conforto, come una stella nel firmamento. Alex appartiene alla schiera degli eletti che non muoiono. Sono certo di re-incontrarlo” (il testo in Le parole del commiato, a cura di Marco Boato, edizioni Verdi del Trentino, p. 71).

3.     La formazione giovanile. La sua formazione giovanile aveva avuto una forte impronta religiosa e aveva frequentato la Scuola media e il Liceo francescano a Bolzano (facendo il pendolare con Sterzing). Questa sua formazione “francescana” aveva fortemente inciso nella sua personalità adolescenziale e giovanile. Aveva fatto parte anche della “Congregazione mariana” e la sua prima rivista giovanile, su cui scriveva già da quindicenne e oltre, si intitolava Offenes Wort (“Parola aperta”). Motivato fin dall’inizio ad un rapporto inter-etnico, che fu poi una costante della sua vita, aveva fatto parte del gruppo “Fratelli/Brüder” e poi, superati i vent’anni, del gruppo e della rivista inter-etnica Die Brücke (“Il Ponte”), insieme a Josef Schmid e Siegfried Stuffer. La metafora del “ponte” sarebbe diventata una caratteristica ricorrente di tutte le sue elaborazioni successive: una metafora di dialogo in contrapposizione ad ogni “muro”, fisico o mentale, culturale o ideologico.

4.     Firenze e la formazione universitaria. La sua formazione universitaria avvenne nella città di Firenze, dove frequentò la Facoltà di Giurisprudenza, laureandosi infine a pieni voti. Firenze era non casualmente la città dove era stato nascosto – aiutato da amici italiani – suo padre, per evitare la persecuzione nazi-fascista contro gli ebrei. Quando Alex vi arrivò, erano gli anni dapprima del Concilio ecumenico Vaticano II e quindi del “post-Concilio”, che furono anche caratterizzati dal “dissenso cattolico” e dalla “contestazione ecclesiale”, oltre che dal dialogo tra cristiani e marxisti (1964-1967). A Firenze Langer ebbe modo di conoscere e frequentare padre Ernesto Balducci e la rivista Testimonianze, nella quale scrisse vari articoli, talora utilizzando anche lo pseudonimo, abbastanza trasparente del resto, di “Alessandro Longo”. Ebbe rapporti anche con Nicola Pistelli e la sua rivista Politica. Conobbe personalmente don Lorenzo Milani e la sua “Scuola di Barbiana” nel Mugello, ammirandolo ma non accettando il suo brusco invito a lasciare gli studi universitari per dedicarsi ai ragazzi del popolo. Quando uscì, dopo la sua morte, la Lettera a una professoressa, che ebbe una risonanza enorme nel ’68 italiano, insieme con l’anziana boema Marianne Andre si dedicò alla traduzione del libro in tedesco, facendolo pubblicare in Germania. A Firenze frequentò assiduamente anche la “Comunità dell’Isolotto” di don Enzo Mazzi, contribuendo a scrivere e a diffondere in modo militante il Notiziario dell’Isolotto. Fu nella FUCI (la federazione degli universitari cattolici) che conobbe la fiorentina Valeria Malcontenti, che sarebbe poi diventata sua moglie e con la quale condivise fino alla morte (a parte i mandati elettivi in Alto Adige/Südtirol e nel Parlamento europeo, oltre agli innumerevoli viaggi) l’abitazione cittadina (dalla quale uscì l’ultima volta la mattina del 3 luglio 1995). Oltre ai rapporti col variegato e vivacissimo mondo cattolico, a Firenze Langer ebbe rapporti anche col mondo della cultura laica e “azionista” che gravitava attorno alla rivista Il Ponte (fondata da Piero Calamandrei), diretta allora da Enzo Enriques Agnoletti, che nel 1967 lo invitò anche a collaborare con un proprio articolo. Alla Facoltà di Giurisprudenza strinse legami col grande costituzionalista Paolo Barile, che divenne il suo relatore per la tesi di laurea dedicata all’Autonomia del Trentino-Alto Adige/Südtirol. Nella stessa Facoltà ebbe come docente di Diritto romano Giorgio La Pira, figura straordinaria di sindaco della città fino al 1964, ma anche impegnato nel dialogo inter-religioso e nella ricerca, a livello internazionale, di possibili soluzioni di pace per la guerra del Vietnam. Forse è proprio la figura di La Pira che, molti anni dopo, nel 1995, costituì un punto di riferimento e di ispirazione ideale per Langer nella sua proposta di candidatura a sindaco di Bolzano.

5.     Il ’68 e gli anni ’70. Pur laureandosi nel luglio 1968 a Firenze, Alexander Langer visse l’esperienza del Movimento studentesco e della “contestazione” del ’68 prevalentemente a Bolzano, dove era ritornato, in rapporto con gli studenti della Südtiroler Hochschülerschaft. Si manifesta allora anche l’inizio del suo “antimilitarismo”, per il quale venne denunciato e processato con l’accusa di vilipendio delle Forze armate, a causa di un volantino contro la celebrazione della “vittoria” italiana nella ricorrenza del 4 novembre, a 50 dalla fine della prima guerra mondiale (venne poi assolto per insufficienza di prove). A seguito del suo ritorno in Sudtirolo, alla fine del 1970 aderisce, insieme ad un gruppo di amici inter-etnici, al movimento della sinistra extra-parlamentare “Lotta continua”. Dopo aver passato un periodo di studio a Bonn nella Biblioteca del Bundestag, nel 1972 consegue una seconda laurea nella Facoltà di Sociologia di Trento, dedicando la tesi di laurea (insieme a Bruno Lovera) all’analisi delle classi in Sudtirolo. Subito dopo parte per il servizio militare come soldato semplice (all’epoca non c’era ancora il riconoscimento dell’obiezione di coscienza), venendo destinato ad una “caserma di disciplina” (a causa dei suoi trascorsi “antimilitaristi”) a Saluzzo, dove partecipa dell’esperienza politica dei “Proletari in divisa” (PID). Subito dopo, nel 1973, per due anni si trasferisce in Germania-Ovest, dove conduce una forte esperienza con gli immigrati multinazionali e dove, a Francoforte, conosce anche Daniel Cohn-Bendit e Joschka Fischer, che all’epoca facevano parte della Ausserparlamentarische Opposition (APO) e che in seguito sarebbero divenuti, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, tra i protagonisti dei neonati Grünen, i Verdi tedeschi, fino a diventare poi Cohn Bendit più volte co-presidente del Gruppo Verde al Parlamento europeo e Fischer Vice-cancelliere e Ministro degli esteri nel Governo rosso-verde di Gerhard Schröder.

6.     Insegnante, giornalista, traduttore. Anche se in tutta la sua vita “da adulto” Alexander Langer si è dedicato con continuità all’impegno politico, prima, e a quello politico-istituzionale, poi, non ha mai voluto essere un “militante di professione”, ritenendo di mantenere sempre un rapporto molto stretto con quella che era la sua vera professione: l’insegnamento nelle scuole secondarie superiori. Ma, grazie al praticantato nella redazione romana del quotidiano Lotta continua, aveva anche affrontato e superato l’esame per diventare “giornalista professionista”. E inoltre aveva sempre coltivato quella che potremmo considerare una sua terza dimensione professionale (oltre che culturale): quella di traduttore ed interprete, che, tra l’altro, lo rendeva prezioso e indispensabile negli incontri internazionali (tra i quali il Convegno internazionale del 18-19 dicembre 1982, nel palazzo della Regione a Trento, “Un partito/movimento verde anche in Italia?”, che fu all’origine della nascita dell’esperienza verde italiana: gli atti da me curati in Conservare l’ambiente cambiare la politica. La ‘questione verde’, Arcobaleno, Trento, 1983). Per quanto riguarda la sua esperienza di docente, insegnò Storia e filosofia negli anni 1969-1972 nei Licei classici di lingua tedesca di Bolzano e Merano e insegnò poi, al ritorno dalla Germania, negli anni 1975-1978 nel XXIII Liceo scientifico alla periferia di Roma, dove si era allora trasferito e dove fu attivo anche nella sezione locale della CGIL-Scuola. Quando rientrò in Sudtirolo nella seconda metà del 1978, dove fu eletto per la prima volta nel Consiglio regionale/provinciale, dopo le sue dimissioni alla fine del 1981 dal mandato per “rotazione etnica” (per far subentrare un italiano), insegnò anche nel 1982-83 nella Facoltà di Sociologia di Trento (non potendo rientrare nell’insegnamento in Alto Adige a causa della sopraggiunta “obiezione etnica” al censimento del 1981). Negli anni ’70, insieme all’insegnamento e al giornalismo, continua comunque il suo impegno politico, prima in Sudtirolo, poi nei PID durante il servizio militare, quindi in Germania e da ultimo a Roma. Dopo l’esperienza di “Lotta continua” (movimento e giornale), a Roma ha vissuto anche le vicende, per molti aspetti drammatiche, del “movimento del ‘77” e, insieme a me, nel settembre dello stesso anno, il “Convegno sulla repressione”, che per tre giorni si tenne a Bologna, cercando sempre di far prevalere la logica della nonviolenza in un movimento in cui l’anima “creativa” e pacifica si scontrava con quanti teorizzavano e praticavano la violenza politica.

7.     Dalla “Nuova sinistra” ai Verdi. Sollecitato da me e da Marco Pannella (avendo i radicali deciso di “investire” politicamente sulle imminenti elezioni regionali/provinciali in Trentino-Alto Adige/Südtirol), nell’autunno 1978 Langer rientra da Roma a Bolzano, dove, in parallelo con l’analoga iniziativa a Trento, viene costituito il movimento politico “Neue Linke-Nuova sinistra”, che raggruppa le varie esperienze “alternative” sudtirolesi insieme ai radicali, ottenendo il suo primo ingresso nelle istituzioni rappresentative regionali. Oltre all’impegno istituzionale (affiancato prima da Sandro Canestrini, per pochi mesi, e poi da Sandro Boato a Trento), Langer si dedica a far conoscere in Italia le esperienze dei movimenti antinucleari e le Bürgerinitiativen (Iniziative civiche) della Germania federale, da cui presero vita i movimenti eco-pacifisti (“Öko-Pax”) che a loro volta diedero origine ai Grünen. Su proposta della “Nuova sinistra” di Trento (che subito dopo si trasformò in “Lista verde”), con Langer venne organizzato il già citato Convegno internazionale “Un partito/movimento verde anche in Italia?”, a cui parteciparono esponenti dei Grünen tedeschi e austriaci e che diede il primo impulso alla nascita delle prime Liste verdi in Italia, di cui nel giro di pochi anni egli divenne un leader riconosciuto (nella primavera 1985 un quotidiano romano parlò di lui come del “profeta verde”, alla vigilia delle elezioni regionali). Nel 1980-81 Langer si dedica in modo particolare ad una vasta campagna di opinione e di mobilitazione contro il “censimento etnico” del 1981, introdotto con una norma di attuazione del luglio 1976 e allora di imminente realizzazione. La campagna contro le “schedature etniche” e quelle che definisce le “nuove opzioni” (in memoria delle famigerate “opzioni” introdotte nel 1939 dall’accordo tra Hitler e Mussolini) provoca uno scontro durissimo con la Svp di Silvius Magnago, che lo attacca frontalmente come un “Autonomiefeind”, come un nemico dell’Autonomia sudtirolese.

8.     Convivenza e conversione ecologica. Negli anni ’80 Alexander Langer mette il tema della convivenza inter-etnica al centro delle sue riflessioni e del suo impegno politico e culturale, riprendendo tematiche che aveva cominciato ad affrontare fin dalla sua più giovane età. È questo il periodo in cui cominciano inoltre le sue riflessioni e proposte sulla conversione ecologica, anche con un rapporto di dialogo con Rudolf Bahro, un marxista “eretico” uscito dalla DDR ed entrato in relazione con i Grünen della Germania federale, e con le teorizzazioni sulla “società conviviale” di Ivan Illich. Alcuni testi sono ora raccolti in Giuseppina Ciuffreda e Alexander Langer, Conversione ecologica e stili di vita, con una introduzione di Enzo Nicolodi (Edizioni dell’Asino, 2012). Dal 1982 inizia anche la sua partecipazione al Movimento nonviolento (fondato da Aldo Capitini), che ha il suo centro a Verona con Mao Valpiana e con la rivista Azione nonviolenta, sulla quale Langer comincerà a scrivere in modo sistematico (articoli ora raccolti in Fare la pace. Scritti su “Azione nonviolenta” 1984-1995, Cierre edizioni, 2005). Negli anni ’80 è forte in lui la ripresa dei temi dell’antimilitarismo pacifista e nonviolento. Nel 1984, nel lunedì di Pasqua, partecipa ad una manifestazione al “Ponte Europa” (Europabrücke) in Tirolo, all’insegna dello slogan “La logica dei blocchi blocca la logica”. Dalla metà degli anni ’80 è attivo anche nella campagna per la “obiezione fiscale alle spese militari”. Questo suo impegno, una volta eletto parlamentare europeo, lo porterà infine alla proposta di istituire “Corpi civili di pace” europei, anche in rapporto con l’esplosione della ex-Jugoslavia e la carneficina della guerra in Bosnia (sulla guerra nella ex Jugoslavia, i suoi scritti sono ora raccolti in Pacifismo concreto. La guerra in ex Jugoslavia e i conflitti, Edizioni dell’Asino, 2010). Dal 1984 aveva cominciato a scrivere anche per la rivista di Francoforte Kommune. Forum für Politik, Ökonomie und Kultur, con corrispondenze mensili che dureranno fino al 1995 e che verranno in parte tradotte e pubblicate in Italia dopo la sua morte, nel volume Lettere dall’Italia (Editoriale Diario, Milano, 2005).

9.     Senza confini.Ohne Grenzen/Senza confini” è una parola d’ordine che caratterizzerà l’impegno politico di Alexander Langer per quasi due decenni, fino alla sua morte. Dal suo Sudtirolo aveva dispiegato le sue iniziative, e i suoi innumerevoli viaggi, verso l’Italia, l’Europa e il mondo (un esempio nel suo incontro a Bergamo, presso il Centro “La Porta”, ora raccolto in Dal Sud-Tirolo all’Europa. Autonomie dei popoli e autorità sovranazionali, Edizion i Gruppo Aeper, 2012). Non è un caso che la più bella antologia postuma dei suoi scritti sia stata intitolata, utilizzando una espressione ripresa da Peter Kammerer, Il viaggiatore leggero (Sellerio, 1996, a cura di Edi Rabini e Adriano Sofri, più volte riedita, anche con una nuova introduzione nel 2011 di Goffredo Fofi, e traduzioni di Donatella Trevisan, Alberto Clò e Hubert Gasser). E non è un caso che la sua più completa biografia, scritta da Fabio Levi, sia uscita col titolo In viaggio con Alex (Feltrinelli, 2007), preceduta dalla più sintetica biografia redatta da Giulia Allegrini nel libro collettaneo Una vita più semplice. Biografia e parole di Alexander Langer (Altreconomia, 2005)). Attorno alla metà degli anni ’80 Langer contribuisce alla embrionale formazione del movimento verde in Italia, nel processo che porta dall’”Arcipelago verde”, basato solo su un collegamento quasi esclusivamente “orizzontale”, alla prima Assemblea nazionale di Firenze dell’8 dicembre 1984 (con Langer principale relatore e punto di riferimento riconosciuto), che precedette i primi ingressi dei Verdi nei Consigli regionali del 1985, fino al Convegno nazionale di Pescara del settembre 1986 (“La Terra ci è data in prestito dai nostri figli”, localmente coordinato da Edvige Ricci e Giovanni Damiani) e alla formale costituzione statutaria della Federazione delle Liste verdi nel dicembre 1986 a Finale Ligure, che condussero al primo ingresso dei Verdi in Parlamento nel 1987 (per il quale Langer fece parte del ristretto comitato di garanti incaricato di selezionare e vagliare le candidature). Nel frattempo era entrato a far parte per tre volte di seguito del Consiglio regionale/provinciale del Trentino-Alto Adige/Südtirol per la Provincia autonoma di Bolzano: la prima volta nel 1978 con “Neue Linke/Nuova sinistra”; la seconda volta nel 1983 con la “Alternative Liste für das andere Südtirol/Lista alternativa per l’altro Sudtirolo”; la terza volta nel 1988 con la “Grüne-alternative Liste/Lista verde-alternativa”. Soltanto allora comparve nella denominazione la parola “verde”, il che fa capire come Langer – leader carismatico a livello nazionale – avesse trovato più di qualche difficoltà a far emergere la caratterizzazione “verde/grün” proprio nel suo Sudtirolo. Nel 1985 aveva scritto in “Minima personalia”: “È difficile far credere che Bolzano non è la locomotiva verde d’Italia. Si vede che la realtà inventata dai mass media è più convincente di quella vera. Non resta che darsi da fare per non deludere troppo”. Nel Consiglio provinciale, dove è obbligatoria la dichiarazione di appartenenza linguistica “ad hoc”, arriverà a dichiararsi “ladino”, per favorire la minoranza più piccola e per non doversi schierare tra “tedeschi” e “italiani”. Inoltre introdurrà una novità per alcuni sconvolgente: parlerà alternativamente, nello stesso discorso, in tedesco e in italiano, suscitando forti reazioni, talora indignate, per questa Mischung, quando qualche dirigente della Svp teorizzava che ci si dovesse separare il più possibile… per meglio intendersi.

10. Parlamentare europeo. Per due volte, nel 1989 e nel 1994, viene eletto nel Parlamento europeo per i Verdi nella Circoscrizione Nord-Est (che comprende Trentino-Alto Adige/Südtirol, Veneto, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna) e viene poi eletto dai suoi colleghi europei co-presidente del Gruppo parlamentare verde. Nel 1992 chiede ai Verdi trentini di pubblicare il suo unico libro uscito in vita (tutti gli altri, con molteplici raccolte di suoi scritti, sarebbero usciti solo dopo la sua morte) e a me di scriverne la prefazione italiana: Vie di pace/Frieden Schließen (Arcobaleno, Trento). Un libro bilingue ricchissimo di analisi, informazioni e proposte “a tutto campo”, sul piano politico e culturale. Ecco come si autopresenta nella nota biografica finale: “Nel movimento ecologista e pacifista Langer da tempo contribuisce allo sforzo di elaborare una prospettiva culturale e politica che consenta ai verdi di diventare portatori di una proposta globale; in quest’opera Langer partecipa ad un intenso dialogo di ricerca con la cultura della sinistra, dell’area radicale, dell’impegno cristiano e religioso, delle nuove spiritualità, di aree non-conformiste ed originali che oggi emergono a pieno campo, anche tra conservatori e a destra, e da movimenti non compresi nell’arco canonico della politica. Sostenitore del carattere trasversale ed innovativo del movimento verde”. Ed ecco, dopo essersi per così dire autodefinito, come presenta sinteticamente i suoi valori e obiettivi: “Langer crede poco nell’ecologia dei filtri e dei valori-limite (senza trascurare, tuttavia, la battaglia per gli uni e per gli altri) e si considera impegnato in favore di una conversione ecologica della società: preferire l’auto-limitazione cosciente, la valorizzazione della dimensione locale e comunitaria, la convivialità; non inquinare e realizzare condizioni di giustizia, di pace, di integrità della biosfera, piuttosto che inseguire rimedi, aggiustamenti e disinquinamenti sempre più sofisticati ed artificiali per tentare di correggere condizioni di vita sempre più ingiuste, degradate, violente e povere di senso; l’ecologia ha bisogno non solo di provvedimenti e riforme, ma anche di una dimensione spirituale e di valori profondi” (p. 438).

11. La tragedia jugoslava e bosniaca. Nella sua veste di parlamentare europeo, Langer intensifica i suoi viaggi e le sue iniziative a livello internazionale, assumendo anche la responsabilità, dal gennaio 1991, di presidente della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con l’Albania, la Bulgaria e la Romania. Fondamentale il suo rapporto con la Jugoslavia: prima della dissoluzione, fa svolgere un Consiglio federale nazionale dei Verdi a Porto Rose, nella Slovenia non ancora separata, come testimonianza dell’impegno dei Verdi italiani per favorire una “rifondazione” del patto federale, e non una disgregazione, come poco dopo avvenne. Intensificò poi il suo rapporto con la ex-Jugoslavia, attraverso la “Carovana europea di pace” (settembre 1991) ed il “Forum di Verona per la pace e la riconciliazione” (1992). Nel 1990 tiene i rapporti con Cipro, “divisa” tra turco-ciprioti e greco-ciprioti (lo è tuttora). Nel dicembre 1990 è anche in Albania e poi inoltre in Kossovo, dopo essere stato in Bulgaria e Romania. Nel 1991-92 è anche in Medio Oriente, con particolare attenzione a Palestina e Israele. Scoppiata la guerra in Bosnia, mantiene rapporti molto stretti, in particolare con la città inter-etnica di Tuzla e col suo sindaco Selim Beslagic, che, insieme a Renzo Imbeni, accompagna a Strasburgo, Bolzano e Bologna. Il 26 giugno 1995 (pochi giorni prima della sua morte volontaria) si reca con una delegazione europea a Cannes, dove si svolge il vertice dei capi di Stato e di governo europei. Presenta il drammatico appello “L’Europa nasce o muore a Sarajevo” e, nell’incontro col neo-eletto presidente francese Jacques Chirac (il quale appena eletto aveva fatto riprendere gli esperimenti nucleari a Mururoa, sospesi in precedenza da Mitterrand), chiede esplicitamente un intervento di “polizia internazionale” in Bosnia, dove l’assedio di Sarajevo dura ormai da tre anni. Chirac gli risponde negativamente con una sorta di elucubrazione “pacifista”… Dopo la strage di Tuzla del mese prima (oltre 70 giovani uccisi, centinaia feriti), Selim Beslagic aveva scritto: “Voi state a guardare e non fate niente, mentre un nuovo fascismo ci sta bombardando: se non intervenite per fermarli, voi che potete, siete complici, è impossibile che non vi rendiate conto”. Chirac non si rendeva conto, e non solo lui. Una settimana dopo la morte di Alex ci fu la carneficina di Srebrenica. Con parole terribilmente profetiche, Langer aveva così concluso il suo ultimo scritto, pubblicato postumo, nel luglio 1995, e ora nel volume La scelta della convivenza (edizioni e/o, 1995, ripubblicato nel 2001): “Con che faccia continueremo a blaterare di Onu e Ocse come futura architettura di pace e di sicurezza, se poi i soldati dell’Onu diventano ostaggi e il loro mandato consente loro solo la forza necessaria per proteggere se stessi e i loro compagni?” (p.94). Lo stesso volume, con una introduzione di Gianfranco Bettin, è stato il primo ad essere pubblicato dopo la sua morte e contiene anche il testo integrale della autobiografia di Langer fino al 1985, pubblicata sotto il titolo di “Minima personalia” nella rivista Belfagor, diretta da Carlo Ferdinando Russo, nel marzo 1986. La stessa autobiografia e altri scritti sono pubblicati in Gennaro Tedesco, Alexander Langer. “Una utopia concreta”, Edizioni Dal Basso, Bologna, 2003, e da ultimo in Alexander Langer, Non per il potere, Chiarelettere, 2012, a cura di Federico Faloppa.

12. Uomo del dialogo. L’altra faccia dell’uomo “ohne Grenzen/senza confini” era quella dell’uomo del dialogo “a tutto campo”, senza inibizioni ideologiche o muri mentali, anche a costo di suscitare scandalo nelle diverse “ortodossie”. Cristiano e francescano di formazione, non più forse “praticante” negli ultimi anni, era stato chiamato dal vescovo di Bolzano Wilhelm Egger a parlare, il 5 aprile 1991 nella chiesa “Regina Pacis”, della figura biblica di Giona. Il dialogo col mondo cattolico e cristiano, ma anche con le altre religioni, rimase una sua costante fino alla fine della sua vita, anche partecipando a Convegni come alla “Pro Civitate Christiana” di Assisi o come all’abbazia di Praglia, per citare due esempi. Sui temi della bioetica – non ancora forse così attuali come oggi nella consapevolezza generale – volle dialogare anche con la Chiesa “ufficiale” rappresentata dal card. Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (dal 2005 papa Benedetto XVI). Langer aveva sottoscritto un documento di alcuni verdi fiorentini, che venne ferocemente contestato “da sinistra”. Per questo intervenne su Il Manifesto del 7 maggio 1987, con un articolo che venne intitolato: “Cara Rossanda, e se Ratzinger avesse qualche ragione?”. Per reagire alle polemiche, spesso strumentali e superficiali, in primo luogo egli riassunse il contenuto essenziale del documento discusso: “1. soddisfazione per l’Istruzione vaticana (Ratzinger) sulla bio-etica, in quanto rifiuta ogni forma di manipolazione genetica e riafferma il primato dell’etica sulla scienza e le sue applicazioni; 2. l’auspicio che la sensibilità della chiesa cattolica ufficiale in tema di manipolazione genetica umana si estenda anche a piante ed animali; 3. l’invito alle istituzioni scientifiche e sanitarie cattoliche di farsi pioniere di questi principi e di tradurli nella propria pratica (compreso l’invito a non ricorrere alla vivisezione degli animali). Appiattimento sulla linea di Ratzinger? Subalternità alla cultura cattolica in tema di sessualità, di rispetto della vita, di difesa di alcuni confini da non varcare a cuor leggero?” E poi, nella parte conclusiva del suo articolo, Langer esponeva più ampiamente la propria posizione: “La Chiesa cattolica e la sua gerarchia può avere – certamente non da sola, non unica – un peso determinante o comunque molto forte in proposito: la sua (non certamente esclusiva) sensibilità sui temi della difesa della vita, e la sua capacità di incidere su milioni e milioni di coscienze e su molte istituzioni sono un patrimonio ineguagliabile in questa battaglia, da molti ancora non intuita o non capita”. A questo punto si chiedeva: “Bisogna starne alla larga o comunque chiudere gli occhi e turarsi il naso perché la Chiesa conta nel suo ‘attivo’ anche secoli e secoli di oppressioni esercitate in proprio o delegate a vari bracci temporali, sulle persone e sulle coscienze, ed in particolare contro le donne?”. E concludeva: “Non credo, e per quanto anch’io sarei felice se certi segni di pentimento e di ‘conversione’ venissero dalla Chiesa (come da tutti noi: dalla sinistra, dai maschi, dai bianchi, e da chiunque abbia qualcosa di cui pentirsi e rispetto a cui cambiare strada), non me la sento di rifiutare o di non cercare momenti comuni di dialogo e di impegno tra chi si trova unito su obiettivi importanti e condivisi” (riportato in Il viaggiatore leggero, cit., pp.128 e 130).

13. L’equivoco del “progressismo”. Uomo del dialogo Alexander Langer lo fu anche nei confronti della sinistra comunista e post-comunista. Dopo lo scioglimento del Pci e la costituzione del Pds e dopo la sconfitta dei “Progressisti” di Occhetto e Bertinotti nelle elezioni politiche del marzo 1994 ad opera di Forza Italia di Berlusconi e dei suoi alleati, si aprì un dibattito sulla ricerca di un nuovo leader anche al di fuori dello schieramento di partito e si parlò (da parte di Ezio Mauro, allora a La Stampa) della necessità o possibilità di un “papa straniero”, come era avvenuto per la Chiesa cattolica con l’elezione del polacco Giovanni Paolo II. Langer scrive allora una lettera aperta al Pds, che non a caso soltanto il settimanale satirico Cuore decide di pubblicare, il 25 giugno 1994, sotto il titolo “Voglio quel posto a Botteghe Oscure”. In questa lettera si legge una analisi, che trova ancor oggi una straordinaria attualità, a distanza di 21 anni: “Una riedizione della coalizione progressista o di altri consimili cartelli non riuscirà a convincere la maggioranza degli italiani a conferirle un incarico di governo. Ci vuole una formazione meno partitica, meno ideologica, meno verticistica e meno targata ‘di sinistra’. Ciò non significa che bisogna correre dietro ai valori ed alle finzioni della maggioranza berlusconiana, anzi. Occorre un forte progetto etico, politico e culturale, senza integralismi ed egemonie, con la costruzione di un programma e di una leadership a partire dal territorio e dai cittadini impegnati, non dai salotti televisivi o dalle stanze dei partiti. Bisogna far intravvedere l’alternativa di una società più equa e più sobria, compatibile con i limiti della biosfera e con la giustizia, anche tra i popoli”. Sulla base di questa premessa, Langer indica quelli che ritiene gli interlocutori privilegiati a cui rivolgersi: “Da molte parti si trovano oggi riserve etiche da mobilitare che non devono restare confinate nelle ‘chiese’, e tantomeno nelle sagrestie di schieramenti ed ideologie. Ma forse bisogna superare l’equivoco del ‘progressismo’: l’illusione del ‘progresso’ e dello ‘sviluppo’ alla fin fine viene assai meglio agitata da Berlusconi. Per aggregare uno schieramento nuovo e convincente bisognerà saper sciogliere e coagulare, unendo in modo saggio radicalità e moderazione” (riportata in Il viaggiatore leggero, cit., pp.216-217).

14. Verdi e conservatori. A metà degli anni ’80, e quindi proprio negli anni della iniziale formazione del movimento politico verde in Italia, l’”uomo del dialogo” promuove nel 1985 nella sua Bolzano un Convegno intitolato “Quanto sono verdi i conservatori e quanto sono conservatori i verdi”, facendo interagire e confrontarsi tra di loro ambientalisti ed ecologisti di diversa estrazione politica, anche sul piano europeo. Anche questa iniziativa suscita interesse da una parte e polemiche “ideologiche” dall’altra. Langer ne scrive successivamente, con un lungo articolo, sulla rivista Alfabeta dell’ottobre 1985, nel quale si legge questa riflessione conclusiva: “Ora mi pare che per il movimento verde possa aprirsi uno spazio di coinvolgimento e di affermazione popolare laddove i ‘rossi’ non sono riusciti a fare breccia. Se i verdi sapranno rinunciare alla tentazione intellettualistica di presentarsi come rinnovatori del mondo in nome di progetti e principi astratti, e riusciranno invece a collegarsi a quanto di vivo e di positivo si può ricavare dall’esperienza non ancora cancellata dei rapporti tra uomo e natura, e tra uomini, nella cultura popolare, il discorso verde potrebbe smascherare contemporaneamente la falsità del ‘conservatorismo’ della destra e del ‘progressismo’ della sinistra, prospettando una via d’uscita davvero liberata dalla consunta polarizzazione ereditaria tra destra e sinistra.  Un motivo in più per chiedere che i verdi non si presentino come semplice appendice o riedizione della sinistra, ma facciano il possibile per sviluppare piena autonomia e per recuperare un saldo rapporto con elementi della tradizione e della ‘conservazione’” (riportato in Il viaggiatore leggero, cit., pp. 125-126).

15. Euromediterranea. Negli anni ’80 e ’90 (fino alla morte) Alexander Langer ha saputo dialogare e interagire con tutte le principali associazioni ambientaliste ed ecologiste italiane ed internazionali, avendo un rapporto particolare con WWF e Legambiente e con la rivista La Nuova Ecologia, alla quale collaborerà a più riprese. Ebbe un ruolo importante al “Summit della Terra”, la Conferenza mondiale sull’ambiente di Rio de Janeiro del 1992, stringendo rapporti con molte organizzazioni internazionali ecologiste e del commercio equo e solidale. Nelle ultime settimane della sua vita si era particolarmente impegnato per organizzare l’iniziativa “Euromediterranea” a Palermo, in alternativa all’iniziativa europea “ufficiale” di Barcellona, che riteneva radicalmente insufficiente (e che tale si dimostrò). Anche su questo terreno, rispetto al dialogo con tutti i popoli del Mediterraneo, egli si era dimostrato lungimirante e “profetico”, tanto più se si riflette sulla realtà attuale, a venti anni di distanza. Purtroppo questa iniziativa non riuscì a portarla in porto: la sua ultima telefonata, quel tragico 3 luglio 1995, fu proprio rivolta al suo giovane collaboratore di Bruxelles, il sudtirolese Uwe Staffler, con la quale, a lui ignaro di quanto stava per succedere, Alex impartì le sue ultime direttive per meglio realizzare l’impegno di Palermo. Dopo quella telefonata il suo telefonino tacque per sempre. E ogni anno, nell’anniversario della sua morte, il “Premio internazionale Alexander Langer” viene attribuito dalla omonima Fondazione di Bolzano (oggi presieduta dal suo “antico” e principale collaboratore Edi Rabini) in occasione di una iniziativa che continua a chiamarsi “Euromediterranea”, quasi a raccogliere le ultime indicazioni come il testimone di una ideale staffetta. Su tutte queste iniziative, e su come sono state riproposte subito dopo in Parlamento anno dopo anno, su iniziativa di Grazia Barbiero è stato pubblicato il volume Il Premio internazionale Alexander Langer alla Camera dei deputati 1997-2012, Camera dei deputati, 2012.

16. “Lentius, profundius, suavius”. Vi sono alcune “parole-chiave” nella vita di Alexander Langer, che in parte sono già state ricordate, e che ricorrono nelle sue esperienze, nei suoi scritti, nelle sue testimonianze. 1. “Essere ponte” (e, diceva, “sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni”). 2. La “convivenza”: il suo “Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica”, che lui fece pubblicare da parte dei Verdi del Trentino nel loro periodico Arcobaleno nel marzo 1994, costituisce forse il suo saggio migliore, tra le centinaia da lui scritti nelle più diverse occasioni e nelle più diverse testate giornalistiche. Un testo “teorico” frutto di una elaborazione tratta dalle sue molteplici esperienze al riguardo, dal Sudtirolo a tutte le altre realtà europee e internazionali da lui conosciute e sperimentate. 3. La pace, ed essere “costruttore di pace”, più che un pacifista ideologico: “fare la pace tra gli uomini e con la natura”. L’essere uomo di pace e della nonviolenza non gli impedì, gandhianamente, di chiedere un intervento di “polizia internazionale” per porre fine alla tragedia bosniaca. L’intervento ci fu, ed ebbe rapido successo (nonostante molti paventassero strumentalmente “un nuovo Vietnam”, che non ci fu), ma nel frattempo il “profeta” Alexander Langer era già morto. 4. La “conversione ecologica”, su cui, sempre nel 1994 – un anno straordinariamente fecondo per le sue elaborazioni teoriche -, scrisse un altro saggio per la rivista Benessere ecologico, riprendendo il suo intervento sull’argomento svolto ai “Colloqui di Dobbiaco”, cui regolarmente partecipava. 5. “Essere non transfuga, ma traditore della compattezza etnica”: lui lo fu fin dagli anni giovanili e poi nell’obiezione di coscienza al censimento etnico, e questa scelta gli costò ogni forma di ostracismo, l’impossibilità di insegnare in Sudtirolo e, da ultimo, l’impossibilità di candidarsi a sindaco di Bolzano. 6. “Solve et coagula”: una formula latina dell’antica alchimia, spesso ripetuta anche in italiano (come nella lettera aperta al Pds del 1994), con la quale cercava di impedire le sclerotizzazioni partitiche e invitava a rendere “bio-degradabili” anche i movimenti e le forze politiche a cui lui stesso apparteneva. 7. “Lentius, profundius, suavius” (“più lentamente, più profondamente, più dolcemente”): era il motto che Langer proponeva in contrapposizione al motto olimpico “Citius, altius, fortius” (“più veloce, più alto, più forte”) e che ritornerà in molti suoi scritti degli ultimi anni. 8. “Dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”: è il titolo di uno dei capitoletti del decalogo sulla convivenza, e costituisce la sintesi migliore di come Langer concepiva il suo rapporto con i conflitti e con le barriere etniche, politiche ed ideologiche.

17. Domande a se stesso. Sono molti i “luoghi politici e culturali” nei quali Alexander Langer – nella sua pur breve, ma così intensa esistenza – ha espresso il suo impegno politico, culturale e anche religioso e la sua apertura al dialogo e al confronto: 1. Il mondo cattolico e cristiano e le altre religioni. 2. I movimenti studenteschi attorno al ’68. 3. La sinistra extra-parlamentare negli anni ’70. 4. La “nuova sinistra” a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. 5. I Verdi e il movimento eco-pacifista negli anni ’80 e ‘90. 6. La galassia delle associazioni ambientaliste. 7 La sinistra storica. 8. Il Partito radicale e l’universo radicale in genere (comprese le iniziative referendarie). 9. Il Movimento nonviolento. 10. Le aree “conservatrici” attente alle tematiche ambientali ed ecologiche. Dopo la sua morte, venne ritrovato un suo breve testo inedito, scritto in tedesco, nel quale il 4 marzo 1990 rivolgeva a se stesso alcune domande politiche ed esistenziali. L’elenco di queste Fragen, per lo più ciascuna di poche parole, si concludeva con una più lunga, rileggendo la quale viene da chiedersi se non stesse già cominciando allora in lui quella riflessione e quella crisi interiore, che cinque anni dopo lo portò alla scelta estrema: “Tu che ormai fai ‘il militante’ da oltre 25 anni e che hai attraversato le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del ’68 (già ‘da grande’), dell’estremismo degli anni ’70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e con l’America Latina, col Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell’ecologia – da dove prendi le energie per ‘fare’ ancora?” (“Domande” inedite, pubblicate per la prima volta in Il viaggiatore leggero, cit., pp. 319-320). Tre anni dopo, nel settembre 1993, Alex Langer pensa di dare le dimissioni da parlamentare europeo, e scrive in italiano una lettera, rimasta poi in “bozza”, che Edi Rabini ha reso nota solo dopo la sua morte (cfr.la drammatica intervista “Le estreme dimissioni” in Una città, n.43, settembre 1995, ripresa nel volume da me curato Le parole del commiato, cit., pp. 217-231). Si tratta di una lettera che segna un ulteriore passaggio nel tormentato itinerario esistenziale di Langer degli ultimi anni della sua vita, che sarà possibile ricostruire soltanto dopo la sua morte: “Per ragioni personali ed interiori che non intendo rendere pubbliche, decido di prendere congedo – non so ancora se a tempo o per sempre – dall’attività politica che svolgevo, in varie forme, ma sempre con forte convinzione ed impegno, ininterrottamente da decenni, e per tredici anni anche nelle istituzioni rappresentative. Di conseguenza mi dimetto dalle funzioni politiche che mi sono state affidate, in particolare dal mandato al Parlamento europeo, dove mi subentrerà Grazia Francescato, attuale presidente del Wwf-Italia, che spero avrà l’opportunità di proseguire tale mandato anche nella prossima legislatura. Ringrazio di cuore tutti coloro della cui fiducia, cooperazione e sostegno, ho potuto godere, e ricordo con piacere i molti insieme ai quali ho seminato e, qualche volta, anche raccolto dei frutti.” Impressionanti e commoventi le ultime frasi di questa lettera, pur rimasta inattuata in quel momento: “Chiedo scusa e comprensione a coloro le cui aspettative nei miei confronti fossero rimaste deluse. Ringrazio in modo del tutto particolare i miei collaboratori e collaboratrici più stretti. Confido nel rispetto che si vorrà portare a questa mia decisione – che non deve scoraggiare o disincentivare nessuno – ed al silenzio con cui intendo proteggerla”. Sembrano quasi le parole di un testamento spirituale, redatto anzitempo, visto che poi il suo impegno politico continuerà, anche con la trionfale rielezione al Parlamento europeo nel 1994, dopo molte esitazioni nell’accettare la ricandidatura.

18. Impegni e iniziative. Sono molte le iniziative a cui Alexander Langer ha dato vita, o a cui ha partecipato attivamente, dalla fine degli anni ’70 in poi, conclusa l’esperienza di “Lotta continua”. Basti semplicemente elencarle in rapida successione: 1. La costituzione della lista “Neue Linke/Nuova sinistra” in Sudtirolo (1978). 2. La successiva formazione della “Lista alternativa per un altro Sudtirolo/Alternative Liste für das andere Südtirol” (1983, con Andreina Emeri e poi Arnold Tribus), quindi della “Grüne-alternative Liste/Lista verde-alternativa” (1988, con Tribus e Alessandra Zendron) e da ultimo la lista “Verdi-Grüne-Vërc” (1993, con Zendron e Cristina Kury). 3. La costruzione  prima dell’”Arcipelago verde”, poi della Federazione delle Liste verdi e quindi della Federazione dei Verdi a livello nazionale (anni’80 e primi anni ’90). 4. La campagna internazionale “Nord-Sud: biosfera, debito e sopravvivenza dei popoli” (1988-1993) in collaborazione con Jutta Steigerwald e Christoph Baker. 5. La “Fiera delle utopie concrete” di Città di Castello (dal 1988), in collaborazione con Karl-Ludwig Schibel. 6 La “Carovana europea della pace” nel 1991 in Jugoslavia. 7. Il “Comitato di sostegno alle forze e iniziative di pace nella ex-Jugoslavia” nel 1992 (con una forte articolazione in provincia di Padova e nel Veneto, in collaborazione con Lucia Zanarella). 8. Il “Verona Forum per la pace e la riconciliazione nella ex-Jugoslavia” dal 1992, in collaborazione con Mao Valpiana e con la parlamentare austriaca Marijana Grandits. 9. La “Alleanza per il clima”. 10. L’associazione “Pro Europa” (da cui, dopo la sua morte, nascerà la Fondazione a lui dedicata). 11 Le riviste Tandem, prima , e Omnibus, poi, in Sudtirolo, in collaborazione con Cristina Herz, Arno Teutsch ed Edi Rabini. 12. L’iniziativa “SOS Transit” contro il traffico pesante transalpino, “SOS Dolomites” e “Pro vita alpina”. 13. L’Associazione per la pace e la Helsinki Citiziens’ Assembly. 14 L’”Intergruppo lingue e culture minoritarie” al Parlamento europeo, di cui è stato presidente pro tempore. 15. Il sostegno alla istituzione del Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex-Jugoslavia” (1993-1994). 16. La proposta di istituzione di una Agenzia e di un “Tribunale internazionale per l’ambiente”, in collaborazione col magistrato di Cassazione Amedeo Postiglione. 17. La lista civica inter-etnica “Cittadini/Bürger” per il Comune di Bolzano (la sua ultima iniziativa, forzatamente impedita col pretesto illegittimo del suo essere stato “obiettore” al censimento etnico del 1991, come già nel 1981).

19. Sudtirolo, Euregio e arco alpino. In tutta la sua vita, dall’inizio alla fine, Alex Langer si è confrontato con la “questione sudtirolese”, con i problemi dell’Autonomia e del suo Statuto e con le problematiche più generali dell’arco alpino. Aveva anche iniziato a scrivere in tedesco, a più riprese, una sorta di “dizionario sudtirolese”, intitolato Südtirol ABC, rimasto poi incompiuto e pubblicato dopo la sua morte nel già citato volume Aufsätze zu Südtirol 1978-1995 Scritti sul Sudtirolo. Ecco alcuni dei temi da lui affrontati in modo ricorrente, con scritti e interventi sia in italiano sia in tedesco: 1. La storia del Sudtirolo in generale, prima e dopo l’annessione all’Italia, prima e dopo l’oppressione fascista e le “opzioni” naziste del 1939. 2. I problemi del “terrorismo” degli anni ’60 e ’70 in particolare. 3. La condizione degli “italiani” in Alto Adige. 4. Lo Statuto di Autonomia, primo (1948) e secondo (1972): al primo Statuto aveva dedicato la sua tesi di laurea a Firenze col costituzionalista Paolo Barile. 5. La questione della “proporzionale” etnica (Ethnischer Proporz). 6. La questione della toponomastica bi- e tri-lingue (ancor oggi irrisolta). 7. Il drammatico problema del “censimento etnico”, a partire dalla norma di attuazione del luglio 1976 e dalla sua prima attuazione nel 1981 (con la sua campagna contro le “schedature etniche” e le “nuove opzioni”). 8. I temi della “convivenza inter-etnica”, a cui si dedicò fin da ragazzo e poi fino alla fine della sua vita. 9. Il suo rapporto con Reinhold Messner, col quale ebbe una reciproca collaborazione molto stretta (e che nel 1999 venne eletto al Parlamento europeo nella lista dei Verdi del Nord-Est). 10. Le tematiche legate all’allora iniziale progetto di Euregio. A quest’ultimo tema dedicò uno dei suoi ultimi scritti, originariamente pubblicato in italiano nel periodico dei Verdi trentini Arcobaleno (febbraio 1995), intitolato non casualmente “Per una Euregio più alpina che tirolese”. In questo scritto Langer indicava in proposito alcune “condizioni”, di cui riporto solo alcuni aspetti: a) “Bisogna evitare ogni idea di restaurazione nostalgica, o – peggio ancora – ogni obiettivo di emarginazione etnica: qualsiasi ambiguità a questo proposito si trasformerebbe in pericoloso boomerang; sarebbe fatale un disegno che puntasse, ad esempio, ad un ‘grande Tirolo tedesco’, in cui italiani e ladini fossero ridotti ad infima e marginale componente”; b) “Bisogna partire da reali obiettivi e contenuti comuni (ambiente, cultura, servizi…) piuttosto che dall’enfasi retorica o simbolica”; c) “Bisogna aprire questo processo ad una reale partecipazione democratica ed a tutte le regioni confinanti che intendano parteciparvi (forse bisognerebbe puntare su un a Euregio più alpina che tirolese, e sicuramente pluri-lingue e pluri-culturale)”; d) “Bisogna che una Regione europea sia veramente inserita in un contesto di integrazione europea e con legami verso altri processi paralleli” (p. 298). Langer al riguardo aggiungeva: “Non avrebbe grande respiro un tentativo di Euregio isolato dallo sviluppo del regionalismo europeo, e visto magari come surrettizia via al raggiungimento di obiettivi di qualche irredentismo”. E concludeva con una riflessione storico-politica di grande interesse e di più ampio respiro, ancor oggi di grande attualità: “Essa potrebbe in fondo realizzare in termini più vasti qualcosa che era contenuto anche nell’originaria concezione della stessa Regione Trentino-Alto Adige, la quale non era stata ‘inventata’ soltanto per sottrarre ai sudtirolesi il tranquillo ed esclusivo godimento della ‘loro’ autonomia, bensì anche nella convinzione che la civiltà dell’arco alpino – pur nella grande diversità di lingue, dialetti, modi di coltivare e di costruire – rappresentasse un qualcosa di unitario, suscettibile di legare tra loro popolazioni ed economie, culture e patrimoni naturali. Le esperienze dell’Arge Alp e dell’Alpe Adria hanno rappresentato ulteriori positivi passi nella medesima direzione, e se il cammino dell’Euregio prenderà questa strada – e non inforcherà bandiere di divisione e di provocazione – potrà portare buoni frutti” (p. 299).

20. “Addio Petra Kelly”. Se il decalogo sulla convivenza può essere considerato il suo capolavoro dal punto di vista “teorico”, c’è un altro suo testo di straordinaria bellezza, anche dal punto di vista letterario, che meriterebbe di comparire a pieno titolo nelle antologie scolastiche: la lettera indirizzata al “Caro San Cristoforo”, un testo del 1990 al tempo stesso “poetico”, ma anche pervaso delle principali tematiche ecologiche che Langer era venuto elaborando nell’arco di un decennio. Compare già allora un interrogativo radicale: “Perché mi rivolgo a te alle soglie dell’anno 2000? Perché penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua, e che la traversata che ci sta davanti richieda forze impari, non diversamente da come a te doveva sembrare il tuo compito in quella notte, tanto da dubitare di farcela. E che la tua avventura possa essere una parabola di quella che sta dinnanzi a noi” (riportata in Il viaggiatore leggero, cit.,p. 329). Questo interrogativo diventa drammatico due anni dopo, quando il 21 ottobre 1992, su il Manifesto, conclude con queste parole il suo articolo “Addio, Petra Kelly”, dedicato alla leader verde tedesca morta in un tragico omicidio-suicidio col compagno Gert Bastian: “Forse è troppo arduo essere individualmente degli Hoffnungsträger, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere” (riportato in Il viaggiatore leggero, cit., p.85). Dopo la sua morte, in molti hanno condiviso questa riflessione di Adriano Sofri: “Le pagine di Alexander in memoria di Petra Kelly ci sembrano oggi la migliore descrizione della sua propria disperazione, e confermano come il suo gesto, così inaspettatamente sconvolgente, venisse da lontano” (discorso di commemorazione a Strasburgo, 11 luglio 1995, riportato in Le parole del commiato, cit., p. 159).

21.“Non ce la faccio più. Continuate in ciò che era giusto”. Il 21 ottobre 1993 Langer aveva scritto privatamente a Eva Pattis: “La mia vita si è fatta molto difficile negli ultimi mesi, sono – o mi sento – impegnato da tante parti e ciò ha portato con sé crisi e angosce”. Nel febbraio 1994, prima del secondo mandato europeo, aveva detto: “Penso di aver compiuto un periodo di servizio sufficientemente lungo da poter desiderare un periodo sabbatico”. A Mao Valpiana, confidenzialmente, confessava: “Tutti cercano risposte da me, ma io non ho risposte nemmeno per me stesso”. Alla fine del 1994, in una lettera rivolta ad una più ampia cerchia di amici, con la quale accompagnava il dono di un abbonamento alla rivista Una città, a lui molto cara, scriveva: “Personalmente ho passato un periodo di transizione assai travagliato” e “ancora non so dove questa transizione ci/mi porterà: il bisogno di una nuova sponda per un impegno sociale e politico, che continuo a ritenere di grande (ma non esagerata) importanza, resta più che mai aperto e non conosce scorciatoie progressiste né rassicuranti giaculatorie verdi”. Nel maggio 1995, aggiornando un testo sulla figura biblica di Giona e dedicandolo alla memoria del vescovo di Molfetta, Tonino Bello, scriveva: “Davvero non si sa dove trovare le risorse spirituali per cimentarsi su un terreno sempre più impervio. Non sarà magari più saggio abbandonare un campo talmente intossicato da non poter sperare in alcuna bonifica, e coltivare – semmai – altrove nuovi appezzamenti, per modesti che siano?”. E aggiungeva, quasi parlando a se stesso: “Non so come don Tonino abbia deciso di fare il prete e il vescovo. Non so se abbia mai sentito forti esitazioni, l’impulso di dimettersi, una sensazione di inutilità del suo mandato” (testi riportati nella mia introduzione a Le parole del commiato, cit. pp. 8-14). Mancavano solo due mesi a quelle che sono state definite le sue “estreme dimissioni”. Dopo averci a lungo pensato, dopo aver vagliato ogni alternativa possibile, quando Alexander Langer ha finalmente deciso di andarsene “altrove”, se ne è andato davvero e per sempre. A chi ancora oggi si interroga sulla sua tragica scelta, non resta che rileggere il suo estremo messaggio: “Ich derpack’s einfach nimmer/Non ce la faccio più”. Ecco, in italiano (tradotto dal tedesco, in cui è stato scritto pochi momenti prima della sua morte volontaria) il testo dell’estremo congedo di Alexander Langer dalla vita. Non resta che rileggerlo ancora, a distanza di venti anni, , fermandosi sulla soglia delle sue parole, senza pretendere di dare altre spiegazioni e motivazioni, che non siano quelle contenute nel suo ultimo messaggio autografo, anche se il suicidio resta sempre un mistero insondabile, da rispettare: “I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa mia dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. ‘Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati’. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto” (“Seid nicht traurig, macht weiter was gut war”: l’estremo messaggio, in tedesco e italiano, in Le parole del commiato, cit., p. 17; in italiano, in Il viaggiatore leggero, cit., p. 9).


Avatar
Abbandona